Claudia Ruggeri

Alessandro Canzian

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ragioni per una vita, su Claudia Ruggeri

«Un sabato pomeriggio una ragazza solitaria, misteriosa, molto bella, si confessa nella chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, piccolo centro agricolo in provincia di Lecce. Dopo essersi confessata fa la comunione. Si chiama Claudia ha 29 anni, appare silenziosa, molto tranquilla e nulla lascia presagire quello che accadrà. È di Lecce, la sera torna a casa sua in città. Claudia trascorre la sera in casa, per leggere, forse scrivere oppure solo pensare. All'una e trenta Claudia Ruggeri si lancia nel vuoto, si lancia dal balcone di casa sua». Così inizia Mario Desiati nel suo Note per una poetessa, testo d'approccio ai versi di una poetessa semi sconosciuta ma che promette d'essere rivalutata come una delle voci chiave nella letteratura italiana di questi ultimi anni.

Nata a Napoli il 30 agosto 1967 la ragazza dal cappello rosso, come è stata soprannominata per una sua apparizione con un cappello rosso e un vestito largo e nero a un reading di poesia nel 1985 a Lecce (davanti a Dario Bellezza, poi divenuto suo amico), ha scritto fondamentalmente due opere intitolate Inferno Minore e Pagine del Travaso e una quantità imprecisata di versi. La prima è un insieme di 17 poemetti divisi in tre parti: Il Matto, Interludio, Inferno Minore, in gran parte edita nella plaquette SalentoPoesia '95 e tra le pagine della rivista L'Incantiere. La seconda è una raccolta fitta di testi che il Desiati stesso definisce dalla «struttura molto sperimentale».

Claudia Ruggeri, come si è detto, muore suicida nel 1996, pochi mesi dopo la morte del Bellezza. Oltre al Bellezza altre figure hanno amicalmente gravitato attorno a Claudia. Si ricordano Verri, Fortini, Primicelli. A indicare una personalità di talento consistente seppur bruciante. Ruscellante e onirica. Piena di parole che sono citazioni, arrovellamenti lessicali dal classico al dialetto, figure fatte di teatro, immagini debordanti derivate dalla bibbia, dai tarocchi, dal simbolismo (ad es. il Matto di Inferno Minore). «Una sorta di nuovo barocco, ma senza la sua decadenza» come è stato scritto.

del traghettatore: e volli
il 'folle volo' cieca sicura tuta
volli la fine dell'era delle streghe volli
il chiarore di chi ha gettato gli arnesi
di memoria di chi sfilò il suo manto
poggiò per sempre il libro
…………………………..
(da Pagine del Travaso)

È il testo di Claudia più nominato a indicare un presagio terribile, quasi una coscienza dell'inevitabile fato che è volere «cieca sicura tuta». Ma anche un «chiarore di chi ha gettato gli arnesi / di memoria». Perchè la morte in poesia, e particolarmente in Claudia, non è solo termine dell'esistenza ma è trasformazione dell'uomo stesso. È amore e teatro estremo dell'amore. Chiarore nella caduta che s'ama come s'ama inevitabilmente la vita.

amo la festa che porti lontano
amo la tua continua consegna mondana amo
l'idem perduto, la tua destinazione
umana; amo le tue cadute
ben che siano finte, passeggere
(da Il Matto II, Ninive)

Nonostante esistano disponibili solo brevi frammenti delle sue opere (in attesa dell'edizione critica a cura del Desiati) i versi di Claudia appaiono subito come portatori di una verità non chiusa nell'arte ma viva e densa, complessa e aperta, che vorrebbe arginare il male della vita. La voce di Claudia (di cui esistono registrazioni di lettura dai suoi reading a Lecce utili a comprendere la struttura interna ai versi di contro all'apparente irregolarità del testo) sceglie una strada rifiutante l'equilibrio ma rimanendo inevitabilmente tesa a esso attraverso rime e assonanze. In bilico tra carnevale e amore oltre il congedo profondo della vita ove «il poeta ostinato ad essere felice chiama gli unni a / distruggerli la casa». Perchè la vita è per Claudia un carnevale «e con chiunque / vi arrivi, che a questo inferno minore, tutto è minore; medesimo / è solo il Carnevale» in un Inferno Minore opposto a quello dantesco, cesellato e reso più piccolo.

Una poesia ad oggi troppo ingenuamente ignorata dalla critica accademica ma fatta di versi che chiamano una verità incisa tra le righe, una verità comunque, una verità che dalla notte si tramuta in un altrove questo inferno con la forza passionale e intellettuale di una ragazza estrema. Intensa e molto bella. Ormai spazio illimitato di foto ritraenti i suoi occhi tristi e scuri e vivi. Macchiati di un'amara eternità per i restanti. A cui Claudia ha lasciato da leggere la sua vita e la sua morte in un folle volo incontro il cielo.

LAMENTO DELLA SPOSA BAROCCA (OCTAPUS)

T'avrei lavato i piedi
oppure mi sarei fatta altissima
come i soffitti scavalcati di cieli
come voce in voce si sconquassa
tornando folle ed organando a schiere
come si leva assalto e candore demente
alla colonna che porta la corolla e la maledizione
di Gabriele, che porta un canto ed un profilo
che cade, se scattano vele in mille luoghi
- sentite ruvide come cadono -; anche solo
un Luglio, un insetto che infesta la sala,
solo un assetto, un raduno di teste
e di cosce (la manovra, si sa, della balera),
e la sorte di sapere che creatura
va a mollare che nuca che capelli
va a impigliare, la sorte di ricevere; amore
ti avrei dato la sorte di sorreggere,
perché alla scadenza delle venti
due danze avrei adorato trenta
tre fuochi, perché esiste una Veste
di Pace se su questi soffitti si segna
il decoro invidiato: poi che mossa un'impronta si smodi
ad otto tentacoli poi che ne escano le torture.
(da Inferno Minore)
20.09.2006

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