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Claudia.Ruggeri
de-condensazione
di sistema!
"Un sabato pomeriggio
una ragazza solitaria, misteriosa, molto bella, si confessa nella
chiesetta di San Lazzaro ad Alessano, piccolo centro agricolo in
provincia di Lecce. Dopo essersi confessata fa la comunione. Si
chiama Claudia, ha 29 anni, appare silenziosa, molto tranquilla e
nulla lascia presagire quello che accadrà. È di Lecce, la sera torna
a casa sua in città. Claudia trascorre la sera in casa, per leggere,
forse scrivere, oppure solo pensare. All’una e trenta Claudia
Ruggeri si lancia nel vuoto, si lancia dal balcone di casa sua." Era
il 1996. Con queste parole Mario Desiati ricorda Claudia Ruggeri nel
suo Note per
una poetessa,
apparso qualche tempo fa sul sito di letteratura e poesia poiein.
Poiein non è l’unico sito che di recente si è occupato della
poetessa salentina. Oltre a
lecceweb
nel giugno 2004 il sito di letteratura e poesia musicaos
ri-propone, con una breve introduzione di Luciano Pagano, una
sezione de "Il Matto", pubblicata nel 2000 dalla rivista underground leccese
S/Pulp, con
contributi di Rosanna Gesualdo (della quale ricordiamo l’inquietante
ritratto con tecnica mista di acquerelli e grafite nella prima di
copertina, quasi una foto scattata all’inferno) e Maurizio Nocera.
Il testo era stato ricavato da un’audiocassetta (attualmente
custodita con cura dallo scrittore Maurizio Nocera), dove Claudia
recitava i suoi versi. La voce della giovane autrice sembrava
provenire da chissà quali distanze, un canto distorto, quasi fosse
il canto d’amore di una Furia. Potremmo parlare di modulazioni
recitative improntate su categorie tonali-performative della
separazione, del lutto, della distruzione. Sarebbe riduttivo.
Andiamoci cauti. Ascoltarla, lo assicuriamo, ha richiesto nervi
saldi.
Ancor più di recente sul settimanale
Diario
tra il 30 e il 5 agosto 2004, lo scrittore e giornalista Pietro
Berra, parla di "Poeti maledetti, a Lecce". Accanto a Salvatore Toma,
Stefano Coppola, Antonio Verri, anche Claudia Ruggeri. Scrive Berra:
"Fu a uno dei tanti incontri promossi da Antonio Verri che Claudia
Ruggeri conobbe Franco Fortini. La ragazza, già distintasi in alcune
letture pubbliche per la bellezza e per il modo con cui recitava i
suoi versi, affidò al maestro un pugno di poesie trasbordanti di
parole, un po’ barocche e un po’ decadenti. Ricevette in risposta
una lettera in cui il critico-poeta le definiva collane e gioielli".
Antonio Errico prende invece le distanze dallo stesso Fortini quando
dice: "No. Non era sovraccarico di collane e anelli e gioielli, la
letteratura, per Claudia Ruggeri. Mi pare, invece, che per lei fosse
immagine sacra, icona, oggetto di una devozione. E poi a quell’età,
che altro poteva essere. Claudia certamente conosceva il
Malte
di Rilke, ma i versi li scriveva senza aver dimenticato i ricordi,
senza essere stata accanto agli agonizzanti, senza aver vegliato i
morti in una stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti.
Se avesse avuto il tempo per tutto questo, quella sua letteratura
avrebbe generato una poesia. Se avesse avuto il tempo che non si è
dato". (Antonio Errico,
Tre esistenze, tre
poesie, un solo racconto
– Salvatore
Toma, Antonio Verri, Claudia Ruggeri –,
in Almanacco
Salentino 2001,
pag. 177, Edizioni Guitar, Lecce, 2001).
Un’ultima precisazione prima di andare oltre. Pietro Berra,
nell’articolo citato, riporta un’espressione apparsa sull’editoriale
di S/Pulp,
circa il modo di recitare della Ruggeri: "da bambina in un
bordello". Un’espressione che i redattori della rivista underground
hanno mutuato da Isabella Santacroce, come la più efficace per
descrivere certe sfumature vocali della poetessa salentina.
Questi
contributi e queste iniziative editoriali marcano a fuoco l’esigenza
di approfondire il caso Ruggeri (perché di caso si tratta, finchè
qualcuno non si accingerà a una sistemazione organica e critica
della poetica dell’autrice), e aggiungono altro materiale, accanto a
quanti precedentemente hanno parlato e scritto di lei: Walter
Wergallo, Arrigo Colombo, Carlo Alberto Augieri, Michelangelo Zizzi,
Donato Valli, Rossano Astremo, Luciano Pagano, Giuliana Coppola,
Antonio Errico, Sergio Rotino, Franco Fortini, Mario Desiati. Nelle
coordinate di lettura rese della parola e della musica della Ruggeri
c’è una certa omogeneità, come pure il riferimento a modelli… Dante
Alighieri, Gabriele D’Annunzio, Umberto Saba, Andrea Zanzotto, per
arrivare al teatro di Carmelo Bene. E moltissimi altri nomi si
potrebbero fare, in un unico flumen citazionistico… Jacopone da
Todi, Guido Cavalcanti, eccetera.
In realtà occorrerebbe partire da
alcuni spunti di riflessione più utili, rispetto all’individuazione
di "modelli", che hanno fatto il brutto e cattivo tempo
nell’elaborazione di un discorso critico sulla Ruggeri. Se parliamo
di "modelli", parliamo di una sclerotizzazione della "poesia"
stessa, di una sua museificazione che esclude a priori possibilità
di creazione ad altre latitudini. E comunque… Il linguaggio a
partire dagli albori della letteratura ha riprodotto e riproduce se
stesso. Non c’è bisogno di scomodare Wittgenstein e Chomsky. In un
modo o nell’altro dal 1200 ad oggi, stili, modelli, poetiche,
grammatiche si sono contaminate tra di loro, ibridandosi, fondendosi
in un continuo autocominciamento. Non ci sono limiti del dicibile,
tutto è stato già detto, scritto, e tutto ciò che di nuovo si
presenterà tra le pagine di un libro sarà solo una questione di
copyleft, e dell’abilità dell’autore nel riproporre dopo accurata
metabolizazione, ciò che più lo ha nutrito come patrimonio genetico
letterario personale.
Provocazione o mero dogmatismo teorico? Che
questo possa valere anche per Claudia Ruggeri? Poco importa ai fini
di quest’intervento. Per parlare della Ruggeri, per de-condensare il
sistema dei modelli che "in memoria le sono stati affibbiati",
occorre pesare ogni parola, forse spingersi a una prima
considerazione di base. Partiamo dall’assunto che se un autore cerca
di sovrastare la "poesia", la "poesia" viene a essere compressa,
stritolata. Se l’autore invece si colloca al di sotto di essa,
allora i versi voleranno alti. Una vecchia, semplice lezione di un
poeta comasco come Vito Trombetta.
Claudia Ruggeri è stata vittima
di uno strano processo centripeto-poetico, da leggere su due
livelli. Il primo di carattere simbolico. La poetessa salentina
sembra che abbia posseduto una capacità propria di rendere in
negativo qualsiasi slancio interiore, di amplificare continuamente
se stessa in un regressus ad infinitum, dalla luce alle tenebre più
oscure, abissali. La seconda di carattere stilistico, legata in
qualche modo alla prima. Dal primo spunto di riflessione possiamo
già tracciare, certo in maniera ancora non organica, il perimetro
intorno al quale la Ruggeri si è mossa. Per ciò che concerne una
sezione del suo "Infermo minore", ovvero "Il matto", potrebbe essere
interessante domandarsi se la Ruggeri si sia mai staccata, come
"sentire", dalla lirica pre-dantesca d’alto stile e dai generi
letterari provenzali. Alcuni suoi versi, sembrano infatti provenire
da echi vicinissimi al genere letterario del plazer, di origine
provenzale, dove il poeta canta il vivere isolato dal mondo,
inseguendo sogni irrealizzabili. "Guido i vorrei che tu Lapo ed
io…": a questo bisogna insomma aggiungere decisamente un segno
negativo, dove la parola per la Ruggeri deve divenire strumento di
distruzione per la distruzione, i sogni non sono messi in condizione
di trovare basi su cui poggiare, e la realtà poetica non esce da una
fantomatica visione alla Carroll, da un imbuto rovesciato senza
centro né principio. Distruzione per la distruzione, che si ritrova
nell’asfittica e incessante presenza di un discorso poetico
pausativo.
Forse, addirittura, la Ruggeri non si è nemmeno mossa
dall’imponenza drammatica del teatro di un Euripide o di un Sofocle.
Ecco alcuni esempi tratti da S/Pulp dell’ottobre 2000. Del buco in
figura, da "Il matto I": Come se avesse un male/ a disperdersi/ a
volte torna/ a tratti ridiscende a mostra/ dalla caverna risorge/
dal settentrione/ e scaccia per la capienza d’ogni nome/ che sempre
più semplice/ si segna/ ai teatri/ che tace/ per rima/ certe
parole." Oppure Morte in allegoria, da "Il matto II": Ormai la carta
si fa tutta parlare/ ora che è senza meta/ e pare un caso la sacca/
così premuta/ e fra i colori così per forza desta/ bianca e bianca
da respirare/ profondo/ in tanta fissazione di contorni/ Oh
spensierato … […] amo la festa che porti lontano/ amo la tua
continua consegna mondana/ amo l’eden perduto/ la tua destinazione
umana/ amo le tue/ cadute/ benché siano finte/ passeggere." E
ancora, Capovolto, da "Il matto": Questa che ora interroga t’arruescia
l’inizio/ t’avviva a questo inverso cui un dio non corrispose/ Tu
sei l’oggetto in ritardo/ l’infanzia persa/ su tutte le piste/
l’incrocio rinviato." Se proprio dovessimo fare riferimento a
modelli, sarebbe insomma opportuno tracciare un’unica linea che va
da Dante e da Cavalcanti a Carmelo Bene, scavalcando quindi Zanzotto,
Saba e D’Annunzio.
Recitare i versi di Claudia Ruggeri, anche in una piazza deserta,
grazie alla loro incredibile densità, determinerebbe la creazione
spontanea di maestose scenografie immaginative, che lascerebbero
spaesati gli ascoltatori più esigenti. Un piccolo aneddoto prima di
concludere. Quando, nel febbraio 2001, si è organizzata presso il
Fondo Verri di Lecce una serata in ricordo di Claudia Ruggeri, ci si
impegnò a rintracciare e a invitare chiunque l’avesse direttamente o
indirettamente conosciuta. Più di cento persone avevano assicurato
la loro presenza; ma quella sera se ne contarono pochissime, le
ricordo tutte: Antimo Margiotta, Mauro Marino, Maurizio Nocera,
Piero Fumarola. A Lecce, dice qualcuno di loro, vivono persone che
hanno avuto grosse responsabilità circa la morte della Ruggeri, ma
che non l’ammetteranno mai. Per il momento ci possiamo solo augurare
che, come per Salvatore Toma, ci sia una seconda Maria Corti per la
nostra Claudia Ruggeri.
13
ottobre 2006 |