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Un amore geniale
La poesia di Claudia Ruggeri

di Carla Saracino
Se uno o più caratteri esistono per definire la
cosiddetta "poesia femminile", è certo che in Claudia Ruggeri essi
esplodono e deviano le certezze di quel lettore abituato a
percorrere strade rassicuranti di interpretazione critica. Perché
nella Ruggeri il dominio è la non-forma nella crudeltà della forma,
ovvero il pensiero sarcastico di chi sa di poter manipolare le
parole dentro le parole stesse, portarle fino all'incisione del
vuoto, dove tutto è rimesso in discussione in quanto "addolorato"
dall'interrogazione.
In Claudia Ruggeri la misura delle cose è millimetrata, circoncisa
nell'esperienza di un regresso lirico dove si scortica la vita, si
auto-infligge la pena di esistere.
La poetessa, scomparsa precocemente all'età di 29 anni nel 1996, di
origini per metà pugliesi per metà campane, viveva a Lecce e faceva
parte, pur essendo ben caratterizzata nella sua individualità un po'
solitaria e un po' trasformista, di una compagine culturale
salentina che da subito riconobbe in lei (ma non forse così
apertamente) i segni di una esigenza artistica da sprovincializzare
e tutta protesa verso uno scenario nazionale.
Inquieta e creativa fin da bambina, su di lei esiste un
documentario, "Claudia" (2008), curato da Elio Scarciglia, pieno
delle testimonianze di chi la conobbe, di chi ebbe a condividere i
suoi anni di formazione poetica e poi i contatti con alcuni fra gli
autori più noti del panorama culturale italiano di quei tempi:
Franco Fortini, Dario Bellezza, Ernesto Krumm, Giampiero Neri,
Adolfo Oxilia, per citarne solo una parte. Di alcuni di questi
rapporti, restano delle corrispondenze epistolari rintracciabili sul
sito a lei dedicato:
www.claudiaruggeri.it. Più nota tra tutte è una lettera che la
poetessa ricevette da Fortini, autore che forse non condivideva di
lei una certa "esuberanza" metaforica, quello slittare continuo che
fa delle immagini della Ruggeri un ostinato artificio lirico (solo
apparentemente artificioso). Perché ciò che ci riguarda di questa
poetessa è proprio la sua originalità linguistica e visiva, quel suo
andare oltre il conforto della parola, parola che invece diventa il
disegno sgretolato della non-cura, del non-transito, del non-arrivo.
Fortini definì questa poesia "ingioiellata", una sorta di coltissimo
pastiche che metteva sì in mostra tutta la potenza della
"testa" dell'autrice ma che, così scrisse, forse si sarebbe dovuto
stemperare in una maggiore asciuttezza del verso. Che Fortini fosse
per la Ruggeri il referente più adatto è cosa dubbia.
Certo la poetessa è espressione di una vitalità poetica fuori dalla
norma e pertanto difficile da categorizzare in una misura che non
sia quella dello stupore e dello straniamento per qualcosa che è
chiaramente "diverso".
Solo negli ultimi anni la poesia di Claudia Ruggeri ha goduto della
visibilità che merita, dapprima attraverso la pubblicazione di un
saggio di Marco Merlin, Poeti del limbo (interlinea, 2005)
poi attraverso l'interesse della rivista Nuovi Argomenti che
ha pubblicato una scelta di testi tratti da Inferno minore,
opera di riferimento assieme ai versi precedenti riferibili al
periodo adolescenziale e all'ultimo Pagine del travaso.
Del 2006 è l'opera riunita pubblicata da Pequod e curata da Mario
Desiati, raccolta finalmente ricomposta in un ordine cronologico e
che fa chiarezza sugli innumerevoli appunti e sulla feconda attività
di scrittura della poetessa. Un libro importante per chi volesse
accostarsi a questa voce così esclusiva della poesia del secondo
Novecento.
Nel frattempo, anche lo studio critico su di lei è andato
approfondendosi: tra gli altri titoli, La sposa barocca, sette
saggi su Claudia Ruggeri, edito da LietoColle nel 2010, curato
da Fucine Letterarie e prefato da Michelangelo Zizzi, vuole essere
un omaggio collettivo ma pure un serio approccio da parte di altri
autori-lettori alla materia poetica della poetessa.
Claudia Ruggeri è membro sicuramente di quella famiglia composta dai
maestri della poesia meridionale ed è da qui che bisogna partire per
tirare le somme di un'algebra dell'ammirazione verso colei che è
certamente non solo poetessa "meridionale".
vero è quel che dice Flavio Santi nel sopracitato lavoro corale
La sposa barocca quando parla di una "linea borbonica" che
esiste e che è ravvisabile, diciamo noi, in uno stratagemma, comune
quasi a tutti i poeti meridionali, icastico del verso, un verso
empatico nel senso della potenzialità visiva.
Non è un caso che la poetessa guardasse gli esempi più illustri
della letteratura meridionale per enfatizzare forse quel carattere
sovversivo del suo stare nella scrittura come in uno sforzo di
creazione tirato all'estremo, un balletto incipriato della cosalità
ridotta a strumento del linguaggio, arma con cui schierarsi e
schierare gli eserciti della difesa contro l'enigma della vita.
Ma se nei primi lavori questo intento è ancora latente e si anticipa
in una più piana e acerba volontà di dire, in un secondo momento,
coincidente con la nascita di Inferno minore e l'ultimo
Pagine del travaso, diventa urgente, ossessivo, elegantemente
scomposto.
Claudia Ruggeri fra i quindici e i ventidue anni sembra essere
ancora fuori dalla prassi convulsa del suo verso eccentrico, per
nulla intorpidito, ma non ancora del tutto in eccesso tra i ganci
estremi di quelli che saranno i suoi approdi solo apparentemente
rassicuranti. E però compaiono i primi indizi: parole accostate con
audacia in enjambement insistenti; nomi, verbi, aggettivi, avverbi
costruiti secondo una sintassi che fluisce come se
l'imperturbabilità del suo correre la caratterizzasse e non un
ordine grammatico; difatti è pressoché assente la punteggiatura,
come se l'assenza di quei minimi segni grafici dovesse evidenziare
esattamente il deserto stesso della materia che si sgretola al
passaggio non lasciando che il significato del suo vuoto.
Non esiste uno scenario, ma più scenari. La poesia della Ruggeri non
ha luoghi, ma più piani sovrapposti di ambientazioni che si
appannano vicendevolmente e che tuttavia sembrano allestiti con una
precisione inviolabile al fine di essere messi in scena sul palco
della vita e della morte, creature essenziali in questa poetessa
dall'ammiccante ego estroflesso, mascherato e insieme
spaventosamente chiuso nel morbo di una tragedia individuale.
Il pastiche a cui faceva riferimento Fortini nella lettera
datata 1990 è esattamente il costume della tragedia della Ruggeri,
delle sue fragilità psichiche, della sua vitalità in movimento forse
frenata, forse dibattuta, come ogni grande vitalità che si rispetti,
tra l'essere e il finire.
Il corpo è sempre in posa, la sua stessa fisionomia di donna sembra
farsene contagiare. Era non casualmente una bravissima lettrice e
carismatica performer, come dice chi l'ha conosciuta. I suoi testi
hanno l'agilità e insieme la fatica di quei balletti che in
superficie esibiscono il vezzo, il gioco, il divertissement
del movimento, in fondo progrediscono verso l'auto-deterioramento,
lo scorticamento, la promessa della fine.
Ma forse la parola per un poeta è questo: una scusa di cui
approfittare per farsi del male, sottile atto di difesa per
resistere a magnetismo chiaroscurale della vita.
Ma per capire Claudia Ruggeri bisogna anche entrare nel suo mondo
preparatorio: quello culturale, fatto di dantismi, rimandi biblici e
storici, riferimenti a D'Annunzio, Montale, Bene, alla tradizione
letteraria italiana delle origini e non solo.
Bisogna esplorare il perché di quegli usi e abusi della lingua che
prende le forme dei dialettismi, delle marche di prodotti
alimentari; quell'uso frequente della maiuscola per personificare
atti del pensiero che diventano personaggi del passato o addirittura
dei tarocchi; quel dare sfondi mitici a altri sé favoleggiati,
esposti in un languore di tempo sospeso e inattuale nella condizione
di bilico, un piede sulla soglia, l'altro penzolante nel vuoto.
In coincidenza con gli ultimi scritti, la salute psichica della
Ruggeri andò consumandosi nelle Pagine del travaso, dove
chiaramente afferma di aver scritto poesie per cavarne intenzioni.
Ecco: le intenzioni, questo materiale solido di causa ed effetto,
questa congiura contro l'approssimarsi del tempo che scocca come una
freccia sul bersaglio delle ore, questa grande scusa è la stessa
radice che immette veleno nella passione della poetessa e che la
spinge a riservare il suo tragico dire per chi l'ascolterà. La
Ruggeri, eroina di tempi persi, ricorda le creature del passato, la
loro bellezza euforica consumatasi come la fiamma di una candela al
freddo degli inverni battenti; a ben vedere, nella sua poesia ci
sono anche tracce di tempi morti, ovvero i bui assoli che per se
stessa ha dovuto diagnosticare tra le righe dei suoi versi e che
oggi non compaiono ma che fanno presentire, a un lettore attento,
tutto il peso greve di un ego certamente prorompente e determinato,
ma pure estromesso da se stesso, come un doppio diviso che si
specchia nei camerini di un teatro abbandonato a metà dello
spettacolo.
Articolo tratto da Le voci della luna 8 marzo 2011 |