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La poesia di Claudia Ruggeri sposa
barocca e incompresa
Un approfondimento sulla vita e la poesia di Claudia
Ruggeri l'avevamo promesso sul primo numero di
Geniodonna, segnalando l'incontro che l'Associazione
culturale Lithos e il Senato delle Donne le ha dedicato in
settembre a Como con la proiezione del documentario
Claudia di Elio Scarciglia. Lo abbiamo chiesto
all'intellettuale che, citando le parole usate dal regista
quella sera, le è stato "fratello" nella sua breve vita e
che quindi appare più titolato a rivolgere un invito alla
lettura di questa poetessa salentina volata via a 29 anni,
aggrappata a una poesia "barocca", come le chiese della sua
città e come la definì Fortini.
Una poesia che allora ad alcuni sembrò "vecchia", ma che a
rileggerla oggi, dopo che autori come Patrizia Valduga e
Aldo Nove hanno riscoperto le "antichi stilemi", pare al
contrario in anticipo sui tempi.
Pietro Berra
L'epilogo della biografia di Claudia Ruggeri è una donna che
sta cadendo da un balcone. E
infatti la poetessa, dicono le cronache, morì suicida in un
giorno d'autunno del 1996. La retorica reliquiaria, scolpita
scolpita nelle lapidi, ripetuta nell'omelia da museo dei
sacerdoti dell'addio la ritrae come una donna piena di vita.
È troppo poco: poiché la sua poesia, come sempre, fu più che
la sua vita, e la sua vita, come sempre, fu più della
poesia.
Il primo luogo comune che va evitato davanti alla morte
improvvisa, affinché non diventi spettacolo, curiosità o
banalità, è quello della "chiacchiera".
A differenza del "moderno" per il quale l'apologia del luogo
interrotto è uno dei temi più cari, le società tradizionali
non conoscono che la requie davanti alla morte: che non è
mai spettacolo, ma riposo nel velo del pudore; resta
conservata nella catarifrangenza del mito, perché brilli
accanto al destino di tornare presso gli dei (o Dio), anche
quando essa fosse rappresentata nel proscenio di una
tragedia greca. La cifra più autentica della poesia della
Ruggeri, peraltro, consiste nell'essere stata antimoderna,
nell'aver cercato una lingua degli "angeli" (frequenti i
riferimenti lessicografici alla lirica provenzale e
stilnovista) in un mondo letterario ormai segnato dall'amore
per il linguaggio sperimentale, ovvero per le sottomarche
postmoderne. Così la sua opera rimase un'isola senza quasi
lettore, né approdo critico, giacché sporadiche furono le
pubblicazioni e le letture in pubblico, tra l'altro
memorabili, a causa della immensa capacità performativa e
attoriale dell'autrice.
Era ovvio che tale potenza di scrittura, così poco
preordinata, che tale temperamento così poco domato,
incontrasse poi negligenze di attenzione. Rimase senza
soluzione il contatto intrapreso con Franco Fortini (a cui
l'autrice si rivolse per lettera), poiché l'ossessione
civile del neoilluminismo del critico non contemplava lo
sfarzo plurilinguistico dei suoi versi.
Ovviamente anche l'Università di Lecce preferì
all'apprezzamento nei confronti della poetessa, richiudersi
nel provincialismo a cui per natura propria tende l'intero
mondo accademico italiano.
Per fortuna, pochi, ma grandi poeti, apprezzarono la
scrittura della Ruggeri: su tutti Dario Bellezza, che
insieme a Penna, Merini e il primo Di Spigno è tra i rari
esempi di una linea elegiaca novecentesca.
A colmare le lacune di attenzione (oltre alla raccolta
Inferno minore, peQuod 2006, a cura di M. Desiati)
segnaliamo tuttavia l'imminente uscita di un saggio di
autori vari, La sposa barocca, con contributi di
Andrea Cassaro, Mario Desiati, Stelvio Di Spigno, Andrea
leone, Flavio Santi, Carla saracino, Mary B. Tolusso, a cura
di Pasquale Vadalà.
Chi fosse interessato alla figura della poetessa può
inoltre, visitare il sito claudiaruggeri.it, laddove
si trova un buon corredo di testi e di fotografie, e anche
compulsare la pregevole opera documentaristica di Elio
Scarciglia.
Michelangelo Zizzi