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LA RAGAZZA DAL CAPPELLO
ROSSO Una lettera, prima
dell'estate, accompagnava la foto della ragazza dal cappello rosso.
Quella lettera mi chiedeva di prendere atto della "visione fisica",
di guardare attraverso la pellicola del tempo e della carta quel
volto e quegli occhi. Era la tenera risposta della madre di Claudia
Ruggeri ad una mia richiesta di informazioni, testimonianze e
materiale.
Ma adesso torna indietro.
Era sabato pomeriggio di otto anni fa quando una donna giovane molto
bella si era confessata nella piccola chiesa di San Lazzaro di
Alessano. Quella donna giovane molto bella aveva percorso i suoi
ultimi anni di vita con il carico di una promessa e di un sogno. Era
l'età in cui si pensa che la poesia possa cambiarti in meglio la
vita. Ma la poesia e la letteratura fanno male al corpo e all'anima.
Era dotata di una propensione unica, aveva inventato una nuova
lingua letteraria come pochi sono riusciti nella sua generazione.
Quella lingua era fatta di arrovellamenti lessicali, parole
trobadoriche, riferimenti colti e popolari, tradizione italiana,
orfismo, un simbolismo esasperato e teatralità. Proprio quella
teatralità che ha sempre spinto Claudia Ruggeri a scelte estreme
nella composizione della sua scrittura e della sua poetica, quella
teatralità che sprigionava nelle sue letture pubbliche. Era teatrale
sino alla sua stessa esistenza.
Quel sabato pomerigio dell'ottobre 1996 Claudia Ruggeri mise in
pratica la profezia di una delle sue poesie più belle e tragiche: "
del traghettatore: e volli/ il"folle volo" cieca sicura tuta/ volli
la fine delle streghe volli/ il chiarore di chi ha gettato gli
arnesi/ di memoria di chi sfilò il suo manto/ poggiò per sempre il
libro (...); tornò nella sua casa leccese, ripose i suoi abiti sulla
sedia nello stesso ordine che alludeva la sua poesia e si lanciò nel
vuoto.
In otto anni sono cambiate tante cose, la stessa Claudia, nata a
lecce il 30 agosto 1967, oggi avrebbe 37 anni e sarebbe ancora
considerata una giovane autrice. probabilmente qualche curatore
l'avrebbe inclusa nella sua personale, storicizzante, antologia;
probabilmente Francesco Leonetti e Nanni Ballestrini l'avrebbero
invitata per dare un po' di colore a Ricercare, probabilmente
Goffredo Fofi l'avrebbe chiamata per parlare della nuova ondata dei
talenti pugliesi, Repetti e Cesari l'avrebbero chiamata per fare "
Ragazze che dovresti conoscere". Probabilmente un sacco di cose.
Oggi questa patina di dimenticanza l'ha avvolta dentro la biblioteca
dell'Università di Lecce nelle pagine di una rivista piccola e
meritoria chiamata L'Incantiere che realizzò un numero
speciale due mesi dopo la sua prematura scomparsa.
In quel numero ci sono poesie sufficienti per trarne un libro.
Sarebbe il più folgorante libro di poesia italiana della nuova
generazione, un terremoto se si pensa alle poesie aeree, mummificate
della new wave poetica di questi tempi.
Claudia Ruggeri aveva una lingua tutta sua, una forza espressiva
tutta sua e soprattutto un'idea della poesia tutta sua. Nuova,
sciolta dagli schemi più triti, aveva scritto un'opera battezzata
Inferno Minore in colta contrapposizione all' Inferno
Maggiore di Dante Alighieri e forse anche al suo inferno
interiore.
Dante era certamente il suo principale riferimento letterario, un
modello irraggiungibile di erudizione e arte. Perfettamente in
questo senso, per esempio, vanno alcuni versi della poesia
Lamento della sposa barocca (ocpatus), una delle liriche più
riuscite della prima raccolta. Quando dice: " (..) amore/ tavrei
dato la sorte di sorreggere/ perché alla scadenza delle venti/ due
danze avrei adorato/ trenta/ tre fuochi, perché esiste una Veste di/
Pace se su questi soffitti si segna/ il decoro invidiato: poi che
mossa un'impronta...Si tratta dell'apparizione della Madonna in
Paradiso, come dice la Ruggeri stessa in nota, Dante a quel punto
nota l'arcangelo Gabriele che vola attorno alla Madonna cantando.
Scrive a proposito MIchelangelo Zizzi; " Era dotata di grande
cultura, la sua lingua poetica rifletteva l'impasto provenzale con
quello italiano dando risultati imprevedibili.. Aveva una carica
espressiva enorme, quasi un dono della divinazione e del magismo che
si trasferiva nel mito. Il mito era vissuto da lei come ricordo,
come forza irrompente della vita, come epifania del sacro, ed ecco
chiavi di volta nelle sue liriche figure come il Mago, il Matto ecc.
Credo che una riscoperta sia necessaria per diversi aspetti, in
primis, la difficile reperibilità in Italia di una simile scrittura,
talmente complessa ed originale che corre il rischio della
marginalizzazione."
C. R. era un'eccezionale lettrice capace di performance fuori dal
comune la sua poesia colta e passionale si riversava spesso in
reading memorabili di cui oggi resta qualche rara registrazione.
L'esordio pubblico di Claudia Ruggeri, con un cappello rosso e un
vestito largo e nero, fu durante un reading alla festa dell'Unità di
Lecce del 1985 davanti a un basito Dario Bellezza, uno degli
intellettuali più vicini a Claudia Ruggeri.
Lui ne amava il tratto e soprattutto la vitalità della sua
espressione poetica. Ma il 1996 è stato un anno tragico anche per
Dario Bellezza stroncato dall'Aids pochi mesi prima che morisse C.R.
La vita di C.R. negli ultimi anni era molto diversa. Appariva
isolata, alcuni anni dopo la morte di Antonio Verri e la fine di
tutta una stagione di fermento, sembrava che tutto bruciasse attorno
a lei: erano morti Verri, il suo caro amico regista Marcello
Primiceri, Dario Bellezza e Franco Fortini. Proprio grazie a Verri
Claudia Ruggeri aveva incontrato Franco Fortini, il poeta più
importante che riconobbe il valore di Claudia. LO stesso Fortini non
capì però l'aspetto umano di quella poesia. Rimproverò l'uso
indisciplinato del suo talento. E oltre ai giudizi lusinghieri uni
alcune critiche. Innanzitutto fare piazza pulita dei suoi modelli.
troppo presenti, quasi ingombranti. Ma i modelli di Claudia erano
tanti, Non erano troppi, entravano nelle poesie,, in maniera
devastante, con forza lavica. Le parole, le figure retoriche e gli
stessi capoversi erano il simbolo di una concentrazione semantica e
sintattica che non trova precedenti.
Scrive Antonio Errico dei modelli invasivi di Claudia Ruggeri:
"Sapeva che dire è ri-dire, che scrivere è riscrivere, parlare è
citare. (...) pensava alla letteratura come a un vorticare di echi,
forse anche persino come atto d'amore di un intenzionale plagio. Si
rischia un po' quel luogo comune che tende a volte considerare la
citazione un modus amandi nei confronti di un autore. Ma per Claudia
si trattava anche di un modus operandi". E la stessa Claudia Ruggeri
in una sua poesia confermava quanto detto da Antonio Errico: "..o
poeta che ti copio come capita/ora che il mio racconto è andato a
male come credo che succeda a un certo punto che / sfugga la pagina
esatta il rigo la parola giusta da riscrivere in cima al verso o da
rimare/ con quello appresso; per imparare a scrivere a macchina una
buona volta con due / dita e spaginare dannunzio tragico per
rubargli il rigo esatto la parola così / per massacrarla con le dita
una buona volta imparare."
Franco Fortini la invitò bonariamente a controllare i suoi slanci
letterari, la sua foga, parlando intermini di "impunità" della
parola. Le parole di Fortini non furono molto incoraggianti, e
Claudia Ruggeri, scrivendo in una certa maniera, non poteva
rivolgersi a poeta più sbagliato. Lo stesso Fortini nel 1980 in
Einaudi bocciava tutti quei libri di poesia che non contenevano
all'interno la parola operaio. Fortini chiuse una sua lettera del 10
marzo 1990 così "lei è una 'testa forte' e saprà valutare questa
lettera quanto merita, cioè pochissimo; la mia vanità, lusingata dal
suo ricordo, ne potrà soffrire. Ma proprio di questo lei ha bisogno:
di rovesciare quanti modelli porta in se e fare piazza pulita. Io,
per fortuna sua, modello non posso e ne voglio essere ma invece, con
molta stima e simpatia, il suo Franco Fortini". Effettivamente
Claudia faceva un po' paura, troppo sregolata e barocca per il
contegno dell'anziano poeta fiorentino. Eppure in Claudia Ruggeri
erano serbati sentimenti amari e genuinamente dolorosi verso
l'Italia e la società di quegli anni. Una propensione certamente
cara a fortini. C'era uno sguardo lucido e con poco incanto di
fronte alla realtà. In una bellissima lettera scritta a un suo amico
milanese(probabilmente il poeta Bruno Brancher) dopo un incipit
struggente e delizioso sulla distanza tra Lecce e Milano, si
rammarica scherzosamente che l'Italia sia stata unita: "da allora
questa disgraziata, mia amata, riunita Italia s'allunga e adagio
poco sfiata, e s'allunga sempre più e comincia proprio da Lecce
questa catastrofe delle distanze (e di Craxi e di De Mita)..."
Claudia Ruggeri è un sentiero interrotto della poesia di questi
anni. Penso a Remo Pagnanelli, Giuseppe PIccoli, Stefano Coppola,
Ferruccio Benzoni, tutti sentieri interrotti. Claudia Ruggeri è uno
di quei percorsi del malessere (diceva di essere malata di tiroide
in una lettera a Fortini e che i suoi malesseri nervosi provenissero
da lì), uno di quei talenti che non ha avuto il tempo e l'esperienza
per cristallizzarsi. Ma rimane un esempio unico di poesia, una
poesia "ingioiellata" come diceva Fortini, ma inedita. Una poesia
colma di citazioni e rimandi, " aulika" fatta di amorevole
saccheggio, poesia fatta di lava, sangue e dolore. La poesia di
Claudia sorprende il lettore, lo meraviglia, per l'uso spregiudicato
del dialetto, dei modi di dire, delle citazioni colte, delle frase
fatte, delle parole inventate, degli arcaismi e delle parole
straniere. Stupisce ancora di più se si immagina l'origine e
l'indirizzo delle sue poesie, stupisce tutti, Claudia, poetessa
della meraviglia.
testo tratto da "Nuovi argomenti"
numero 28 quinta serie ottobre/dicembre 2004
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