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Rimembrando una Claudia
05 01 2005
Si comincia un anno
nuovo guardando avanti. I resoconti, le pulizie nella soffitta della
memoria, le tassonomie gerarchiche tra i nostri ricordi, personali e
collettivi, li abbiamo bruciati con la fine dell’anno. Ma noi, come
l’angelo di Benjamin - il pennuto di Paul Klee, anzi - volgiamo lo
sguardo indietro, per proseguire, tra le rovine della Storia.
E a proposito di angeli e rovine, tra cenoni e distillati, lo
sguardo si sofferma pigramente su un volto, colto sfogliando
l’ultimo numero dell’annata di Nuovi Argomenti (ottobre-dicembre
2004): un viso noto, ma fioco, per il lungo silenzio. Claudia
Ruggeri, nata a Napoli nell’estate del 1967, ma cresciuta a Lecce. A
Lecce morta, ventinove anni dopo. Suicida. E’ l’ottobre del 1996. E’
sabato pomeriggio. Rientrata a casa. Ripiegati gli abiti
ordinatamente. Per un lancio nel vuoto.
Claudia entra così fatalmente nella teoria di quelle inosservate
leggende che popolano il distratto nostro mondo delle lettere,
accanto ai Salvatore Toma, accanto agli Antonio Verri, troppo presto
sottrattici, con la loro promessa dura e rigorosa di poesia.
Sentieri interrotti.
«La ragazza dal cappello rosso», l’omaggio che Mario Desiati riserva
a Claudia Ruggeri sulla prestigiosa rivista mondadoriana, è
l’ennesima conferma del buon lavoro che il giovane intellettuale di
Valle d’Itria va svolgendo per sé, in quel di Roma, ma soprattutto
per la sfrangiata comunità pugliese delle lettere (sulle stesse
pagine, segnaliamo anche la particolare lettura di Rocco Scotellaro
condotta dal poeta nocese Vittorino Curci).
Dire di Claudia Ruggeri, infatti, significa dire di un mondo (solo
ieri, e già finito?) di rapporti, di incroci, di espressioni giocati
sulla lama affilata della parola poetica, che gli attuali
orientamenti delle cose sempre più mettono in ombra. Già dalla metà
degli anni Ottanta Claudia Ruggeri, giovanissima, imponeva la malìa
della propria pronuncia e della propria fisicità fascinosa nel
vitale fermento culturale salentino. Un’animazione intelligente che,
grazie soprattutto agli amici de l’incantiere e al festival
Salentopoesia, portava a Lecce e dintorni le migliori penne
nazionali, sollecitando scambi proficui con la scena pugliese.
Dario
Bellezza fu tra i primi a lasciarsi travolgere dalla vitalità
espressiva della Ruggeri. Nascerà una consuetudine, che si spezzerà
solo il 31 marzo del 1996, quando l’Aids toglierà il respiro al
poeta di Lettere da Sodoma. Sette mesi dopo toccherà a
Claudia raggiungerlo, con un gesto più volte presagito, annunciato,
ma forse arduo da decifrare per tempo, poiché immerso abilmente
nella scena barocchissima della sua finzione (la stessa cosa ècapitata al barese
Massimo Lala, personaggio di spicco della scena punk nostrana, ma
anche attore, illustratore, poeta, non senza pregi, morto suicida a
Roma nel novembre del 1994 - a proposito, nessuno di noi ha
ricordato, come avrebbe dovuto, il triste decennale - annunciando
più volte nei suo versi, pubblicati postumi, l’estremo volo dalla
casa materna).
Scena barocca, dicevamo. Ciò che ricordiamo della sua poesia è
infatti difficilmente scindibile dal ricordo della
spettacolarizzazione della stessa. Teatralizzazione manieristica,
performance vocale sovraccarica, artificiata, per un dissonante mix
di cultura aulica avidamente ingurgitata e acerba avventatezza
adolescente. Sulla pagina, quei versi ostentavano
citazionisticamente autori, calchi, pasticci. Glielo rimproverò
senza mezzi termini Franco Fortini, nel 1990: Claudia avrebbe dovuto
«rovesciare quanti modelli porta in sé e fare piazza pulita».
Scheletri, frammenti, embrioni di poetiche nelle quali si aggirava
inquieta e irrisolta la voce della poetessa, in un abuso ubriacante
di arcaismi, di poeticismi, di imperfetti metricismi. Poesia ardua,
nella lingua e nelle figure, ambiziosa, quando non pretenziosa,
impelagata nelle inattuali evocazioni del Mito, ma per questo
singolare e degna di recupero.
E ciò che oggi resta non sono che pagine scritte, fitte, minute.
L’opera raccolta in due sillogi impubblicate, Inferno Minore
e Pagine del Travaso. Più un numero ragguardevole di
componimenti esclusi. Di questo lascito dà preziosa contezza Mario
Desiati. All’efficace medaglione sulla poetessa scomparsa, con
aneddoti, testimonianze e commenti critici, egli ha affiancato una
serie di ritratti fotografici della stessa e, naturalmente, una
selezione significativa di versi.
Colpisce questo omaggio, che ci restituisce appieno l’amaro sapore
di una vita incompiuta (o, chissà?, proprio in tal modo
compiutissima, finita, terminata). E colpisce ancor più se prestiamo
orecchio alle polemiche di questi giorni sui rapporti tra la nostra
piccola editoria locale e le nuove generazioni di scrittori: un
sentiero esistenziale interrotto è un monito per tutti e un richiamo
a serie responsabilità. Sempre di più, almeno sul fronte poetico, la
nostra migliore letteratura (Toma, Verri, Ruggeri, appunto) è
letteratura in forzata decomposizione. Alla decomposizione della
carne, non aggiungiamo quella ancor più triste della memoria e
dell’impegno.
Il romanzo La carne muore, “rifiutato” dagli editori (vedi su
musicaos),
del giovane salentino Rossano Astremo, non è certo quel caposaldo
narrativo che molti qui si aspettano. Ma al di là dei meriti e dei
demeriti letterari, esso ha riproposto forte quella questione della
memoria, della responsabilità politico-culturale e del rinnovato
impegno. La figura di Claudia Ruggeri, e degli altri dimenticati,
anima le pagine del romanzo e in qualche modo torna a farsi
presente. |